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OPZIONE DONNA: QUALI OPZIONI PER LE DONNE?

Di Sheeba Servetto, segretaria regionale Uil Liguria

La manovra finanziaria del governo Meloni presenta, così come è stata esposta, diversi punti di caduta che vanno in controtendenza rispetto alle tutele delle persone, delle lavoratrici, dei lavoratori, delle pensionate e dei pensionati. Nel testo della manovra ci sono poi delle misure che sono inaccettabili, incostituzionali, e che vanno contro ogni principio di parità e tutela. Nello specifico si parla della misura definita “opzione donna”. Questa misura è stata introdotta nel 2004 dall’allora governo Berlusconi e fin dall’inizio è stata una misura iniqua nei confronti delle donne e delle lavoratrici.  La possibilità di andare in pensione anticipata per le lavoratrici con almeno 35 anni di contributi, con alcune variabili, ovviamente aveva una sua contropartita, cioè la decurtazione della pensione del 25/30 % . Si parla di iniquità perché non tiene di conto di quello che noi abbiamo sempre sostenuto e richiesto a gran voce: il riconoscimento del lavoro di assistenza e di cura in ambito familiare e domestico. In Italia questo lavoro cuba ben circa 5 ore e 5 minuti al giorno con le quali le donne si fanno carico del 74% del totale delle ore non retribuite, dunque non riconosciute ai fini previdenziali. Se tale occupazione fosse riconosciuta, almeno ai fini contributivi, probabilmente le donne sarebbero a credito. Invece è decurtata loro una parte della pensione e questo per aver fatto più lavoro, con il conseguente aumento del gap pensionistico che rischia di metterle sempre di più in condizione di povertà ed esclusione sociale. “Opzione donna” è dunque un qualcosa di ingiusto, arcaico e che svalorizza la donna anziché riconoscerle il degno valore sociale. Però, oggi, con la manovra di governo, si è andati ben oltre: si è deciso di discriminare ulteriormente le donne, facendo un distinguo nell’accesso all’opzione in base ad una caratteristica prettamente femminile, cioè la presenza o meno di figli. Una scelta che oltre ad essere umiliante e ingiusta, ci porta indietro di oltre 50 anni nelle lotte dei diritti di libertà ed emancipazione. Dare un falso privilegio basandosi sulla presenza o meno di figli ha relegato la donna al solo ruolo di madre, dando a questo un valore assoluto. Oltre questo, fatto già grave,  vi è un ulteriore penalizzazione nella decurtazione del trattamento pensionistico: le donne che già si trovano in stato di difficoltà vengono ulteriormente svantaggiate.

Le donne con invalidità, le caregiver e le donne inoccupate a causa di crisi lavorative avranno decurtazioni della pensione in misura maggiore rispetto alle altre.  Donne contro altre donne, donne che in base a determinate caratteristiche vengono privilegiate, o semplicemente una misura che così come costruita, limita notevolmente la platea di coloro che vi possono accedere e di conseguenza un notevole risparmio? Tutto ci fa pensare che ci siano entrambi gli elementi e una mancata volontà di andare avanti nell’emancipazione femminile. Questo lo si vede anche da un’altra misura, quella relativa al congedo parentale. Misura che apparentemente può sembrare valida, ma che riguarda solo la donna; escludendo in modo assoluto la possibilità che l’uomo possa sostituirsi alla madre nel lavoro di cura. L’uomo al lavoro e la donna a casa a badare ai figli (però in parte pagata). Ora ci chiediamo dove vogliamo andare nella lotta alla parità, se proprio da una donna che governa il paese arrivano misure e immagini di questo genere? Se non facciamo qualcosa e restiamo silenti, dove andremo in termini di diritti opportunità e tutele? Il sindacato si attiva, il governo cosa fa? Anche per questi motivi Uil e Cgil saranno in piazza il 16 dicembre.

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