Osservatorio sulle retribuzioni

Gender pay gap e Age pay gap: donne e giovani poveri con retribuzioni erose dall’inflazione.

Questo pomeriggio è stato presentato l’Osservatorio sulle retribuzioni a cura dell’ufficio delle politiche del Mercato del Lavoro  della Uil Liguria, coordinato dalla segretaria confederale regionale Roberta Cavicchioli, e Data Lab Uil Liguria.

A fronte di una retribuzione media delle lavoratrici e dei lavoratori liguri di soli euro 24.196 euro si conferma il trend di crescita, seppur modesta, che viene completamente erosa dall’ inflazione. Dal 2019 abbiamo perso 6,5 punti di potere d’acquisto. L’impoverimento, pur generalizzato, impatta maggiormente sui lavoratori a basso reddito come giovani precari e donne. I dati Inps sulla Liguria ci restituiscono un’immagine a tinte fosche di una regione che non è a misura di donne e di giovani. L’indagine effettuata dall’Osservatorio sulle retribuzioni è riferita a 439 mila tra lavoratrici e lavoratori del settore privato su 600 mila occupati e su una popolazione che conta 1.500.00 persone.

“Proponiamo di dare vita all’Osservatorio sulle retribuzioni in Liguria per meglio comprendere le dinamiche occupazionali che stanno svuotando la regione – spiegano Riccardo Serri, segretario generale Uil Liguria e Roberta Cavicchioli, segretaria confederale regionale Uil Liguria –  È imperativo trovare le giuste leve per trattenere i giovani e favorire una maggiore inclusione lavorativa delle donne per non impoverire ulteriore il tessuto imprenditoriale. Urge una visione integrata che ripensi al patto sociale nell’ottica della continuità intergenerazionale e della solidarietà fra i generi, garantendo il necessario turn over. In una regione anziana come la Liguria è ancora più importante”.

L’Osservatorio rileva che, in Liguria, sono penalizzati le donne e i giovani.

Il Rendiconto di Genere 2024 dell’INPSrileva che, nei settori specifici esaminati, i dipendenti privati uomini percepiscono redditi medi giornalieri superiori alle colleghe. Inoltre, le donne assunte con contratto da dirigente sono il 21,1% rispetto al 78,9% degli uomini, deducendo come il mondo delle cariche dirigenziali e manageriali in Italia sia ancora prettamente maschile.

Il 52% delle donne lavora part time contro meno del 20 per gli uomini. Il gender pay gap nel settore privato si attesta attorno al 33,3%.  Laddove un uomo guadagna 28 mila euro l’anno, una donna ne guadagna 18 mila. Le retribuzioni femminili sono schiacciate dal part time involontario e scelte di disinvestimento sulla carriera.

Nel 2025 i settori con il gender pay gap più alto risultano essere: immobiliare con un +39,9% di divario, scientifico e tecnico +35,1%, finanziario assicurativo +32,1%

Persino nella Pubblica Amministrazione dove non si può propriamente parlare di GPG, (livello occupazione donne), opera lo schema del soffitto di cristallo, attestandosi al 5,2% secondo l’Istat. Tuttavia, le donne sono sottorappresentate nelle posizioni dirigenziali e ci sono comunque disparità retributive, anche a parità di mansione e caratteristiche individuali.

Per quanto concerne le attività professionali, il Rapporto “Le priorità strategiche per la parità di genere nelle libere professioni” di Confprofessioni evidenzia l’aumento delle professioniste dal 2009 al 2023 del 49%, ma con redditi inferiori rispetto ai colleghi del 46%; Il gap retributivo si riflette anche in ambito previdenziale, come emerge sempre dal Rendiconto di Genere 2024 dell’INPS, che rileva come le donne a causa della discontinuità del percorso professionale, ad eccezione che nella pubblica amministrazione, hanno maggiori difficoltà a conseguire i requisiti per la pensione di anzianità e devono attendere l’età necessaria per poter ottenere la pensione di vecchiaia.

Nei ruoli apicali – dirigenti e top manager – la presenza femminile si ferma al 19%. La percentuale sale al 31% tra i quadri, ma resta comunque minoritaria. Ancora più emblematico è guardare aiconsigli di amministrazione delle società quotate in borsa. Qui la rappresentanza femminile ha raggiunto il 43,2%, un dato che potrebbe sembrare incoraggiante. Ma basta scavare un po’ per capire che si tratta di una presenza spesso simbolica: solo il 16,9% delle donne nei CdA ricopre ruoli esecutivi, con potere decisionale reale. E appena il 2,3% è amministratrice delegata.

Il differenziale legato all’ età, Age pay gap, fra under e over 40 ammonta al 36,2%. Stipendi bassi, precariato, scarse possibilità di crescita professionale. Ecco perché i giovani lasciano l’Italia: in 4 anni le paghe si sono ridotte del 23%, come recita il dato ligure dei giovani che diventano expat.

Gli stipendi dei giovani sono in calo del 17 per cento: si allarga quindi la forbice con i cinquantenni.Il divario resta pressoché identico a quello degli anni precedenti, segno che il tempo passa, ma la busta paga non si emancipa. C’è anche un tema di sottoccupazione: il Trattato di Lisbona, anno 2006, fissava al 60% il tasso di occupazione femminile per l’Italia, 19 anni dopo siamo al 52%.

Insomma, in questo contesto meglio non essere giovane e donna – spiegano e Riccardo Serri, segretario generale Uil Liguria e Roberta Cavicchioli, segretaria confederale regionale Uil Liguria –  Il tutto si ripercuote ovviamente anche sulle famiglie con figli giovani adulti a carico e ha un effetto deprimente di su detiene le retribuzioni più elevate per classe d’età. Giovani e donne sono legati a contratti precari Eccessiva flessibilizzazione del mercato e aumento della discontinuità lavorativa non fanno che generare un aumento della povertà lavorativa.