EX ILVA ED ERICSSON: L’INDUSTRIA LIGURE NON PUÒ VIVERE DI SOLUZIONI PONTE
Il punto del Segretario generale UIL Liguria
La vicenda ex Ilva è emblematica di cosa è diventata l’industria nel nostro territorio, ovvero una sequenza infinita di annunci, soluzioni ponte che, per carità, traguardano un risultato anche chiesto a gran voce ma che nella sostanza ci tengono con il fiato sospeso fino alla prossima volta.Chiediamo un piano industriale che punti a produzione e lavoro, chiediamo integrità di un Gruppo che rischia lo spezzatino ogni qual volta si prospettano soluzioni tampone. Di garze e bende ne abbiamo pieni gli armadietti, qui serve un’operazione che salvi la vita alla siderurgia italiana. L’industria italiana è un malato cronico che indebolisce i territori. La campagna elettorale è già tra noi e, in queste settimane, ha sembianze di passerella demagogica. Ieri abbiamo finalmente avuto notizie concrete, nella direzione che auspicavamo da mesi, come ha giustamente sottolineato il Presidente Bucci che ringrazio per il lavoro con il Governo, così come ringrazio la Sindaca Salis e Monsignor Tasca per aver dimostrato interesse e vicinanza alla vertenza. La stessa veemenza vorrei riscontrarla per i settori polverizzati che distribuiscono un tozzo di pane a migliaia di lavoratori liguri e che non si possono permettere giornate spese sulle barricate.Bene 41 milioni per tenere gli altoforni in riscaldo, come ha annunciato il Ministro Urso al Question Time ben prima che la Prefettura fosse occupata come il Gobetti o il Klee. Acquistare bramme e coils sul mercato internazionale per garantire la continuità di Genova, Novi Ligure e Taranto è la soluzione ponte che tutti chiedevamo e che evita, oggi, la chiusura di Cornigliano.
Ma quando questo materiale sarà finito? E quando la campagna elettorale sarà giunta al termine?
Siamo ben lungi da una vittoria definitiva: una boccata d’ossigeno di tre mesi, dal 11 gennaio in poi, con 35 mila tonnellate di coils al mese, rappresenta uno spuntino per un gigante che deve sfamare un’intera famiglia. Siamo in ostaggio degli annunci: manca il documento programmatico, manca il futuro industriale, manca la vendita vera di Acciaierie d’Italia. Ed è in questo quadro che ho trovato sbagliato alzare il livello della protesta dopo l’annuncio di Urso. Le lotte servono quando uniscono, non quando diventano passerella e costringono altri lavoratori a subire disagi. Serve senso di responsabilità.
La logica del “ponte” la ritroviamo pressoché identica in un’altra crisi simbolo della nostra regione: Ericsson.
Il Ministro Urso ha detto che Ericsson e sindacati hanno confermato di voler procedere con uscite volontarie e incentivate. Quale tutela? Non prendiamoci in giro, quanto stabilito come vittoria non riporterà al lavoro le persone, le spingerà solo molto gentilmente alla porta.Uscite volontarie, incentivi, ma alla fine è sempre la stessa storia: si svuota un presidio industriale fondamentale per Genova, si perdono competenze, si manda a casa chi ha costruito l’innovazione di questa città. E il tavolo del 12 novembre rischia di essere solo la ratifica di un percorso già scritto.Ex Ilva ed Ericsson sono due facce della stessa medaglia: da un lato si tiene in vita a fatica uno stabilimento con bramme comprate all’estero, dall’altro si accompagna dolcemente alla chiusura di un reparto importante un’azienda hi-tech. In entrambi i casi, manca una politica industriale.

